La violenza sulle donne non è solo un problema delle donne. È soprattutto un problema degli uomini.” – Silvia Briozzo

Da questo concetto nasce uno spettacolo intimo e scomodo, che pone l’accento sul bagaglio di esperienze e di ideali dell’uomo, fattori determinanti per la violenza.

La maschilità è raccontata a partire dallo spogliatoio, mostrato nella sua crudezza, poi attraverso i litigi e le crisi con le loro donne, fino all’analisi profonda di timori e fragilità, di frequente nascosti.

I tre uomini siedono di fronte a uno specchio ed entrano nelle pieghe di loro stessi, acquisendo così consapevolezza della loro condizione.

Assistere allo spettacolo non è per tutti (o perlomeno non per i più): da ragazza di 17 anni mi sono sentita parecchio a disagio, assistendo a certe scene. Urla, audio di video porno e insulti hanno messo a dura prova la mia sensibilità, ma non credo che tutto ciò sia stato necessariamente un male. Silvia Briozzo è nota per la crudezza delle sue immagini, non poteva essere più evidente questo tratto in Muti.

Al contrario mio, tanti uomini con cui ho parlato lo hanno vissuto con serenità, eppure ne hanno ricavato importanti insegnamenti:

Mi sono accorto che alcuni comportamenti esposti in scena, li metto in atto io stesso nella realtà. D’ora in poi ci farò più attenzione”. Mi ha detto uno. “Non avevo mai pensato a quanto le parole che uso potessero avere un impatto sugli altri, specialmente sulle donne”. Ha aggiunto un altro.

Muti comunica con la coscienza delle persone, donne e uomini: se alle donne lascia l’amaro in bocca a causa dei numerosi contesti familiari, agli uomini invece apre, piano piano, gli occhi sulla loro esistenza.

Non è per i suscettibili (come ho già detto), tuttavia è necessario che tutti riflettano su di sé, proprio attraverso uno spettacolo di questo tipo. In conclusione mi sento di ringraziare Muti per il pomeriggio faticoso e per l’esperienza travolgente.

Con Fabio Ghidotti, Paolo Petrò, Fabrizio Plebani

Regia di Silvia Briozzo

Produzione Le mosche teatro

articolo di Marianna Ruggeri, 4B

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